“No contact” terapeutico, cosa ne pensate?
Ho trovato una pagina Instagram dedicata unicamente alla pratica del “no contact” terapeutico. È l’atto di allontanarsi volontariamente da persone considerate negative per il proprio equilibrio psicoemotivo. È un comportamento messo in atto solitamente dai narcisisti patologici per punire la vittima e tenerla legata a se’, ma in questo ambito viene proposto come soluzione per smettere di soffrire, a causa magari di persone che hanno comportamenti svalutanti nei nostri confronti. E nei commenti leggevo una quantità impressionante di persone entusiaste di aver tagliato i ponti con i propri genitori. Parlo per esperienza, ci sono stati tanti anni in cui io avrei voluto fare la stessa cosa, e in parte l’ho anche fatta quando sono uscita di casa, ma col tempo ho rivalutato completamente i miei genitori e adesso li amo sinceramente e profondamente. Non perché siano dei santi, non perché non abbiano mai sbagliato con me, ma perché li vedo per quello che sono: esseri umani con delle debolezze che li hanno portati a fare danni. Ma i danni li hanno fatti soprattutto perché io glielo ho permesso. E in ogni caso sono serviti a rendermi più forte. Li comprendo, magari non li giustifico, ma comprendo il processo mentale dietro ai loro atteggiamenti. Che, tra l’altro, non hanno neanche più. Quando sono cambiata io, dentro di me, sono cambiati anche loro. È la prova che se cambiamo dentro cambia anche l’esterno, e non il contrario. Ora, quello che voglio dire è che secondo me invitare le persone a fare no contact come atto d’amore verso se’ stessi va bene, ma solo se parliamo di gente che alza le mani (ovvio che non stiamo lì a prendere botte), ma applicarlo ad ogni contesto, specie coi genitori, con i quali abbiamo un legame karmico, mi sembra un messaggio che manda fuori strada. Le persone che ci causano dolore sono dei maestri sotto mentite spoglie, sono una risorsa che ci invita indirettamente a tirare fuori parti luminose di noi. Se siamo ancora troppo deboli va bene riconoscerlo e darsi tempo, ma nella prospettiva di diventare forti abbastanza da non dover più scappare da niente e da nessuno. Le stesse cose che un tempo mi ferivano ora non mi ferirebbero più, il “no contact” mi sembra invece un modo per dire alla nostra psiche “non puoi farcela, la negatività che ti butta addosso tizio tu non puoi trasformarla quindi rimani dove sei e pace se non evolverai”. Perché di questo si tratta: scappare dalle situazioni dolorose significa privarsi della possibilità di evolvere. Cosa ne pensate?
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Francesca Santin
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