Parliamo della "prima" alla Scala: la Lady Macbeth di Shostakovich
Ieri sera, giovedì 4 dicembre, ho avuto il piacere di essere ospite alla Sala Rosa della Fondazione Adolescere di Voghera, invitato dall’associazione culturale “Gli In-soliti creativi”.
La presidente Simona Panigazzi ha aperto la serata dando il benvenuto al pubblico e ricordando quanto la “prima” del Teatro alla Scala non sia solo un evento mondano, ma un biglietto da visita dell’Italia culturale nel mondo. Da lì è stato naturale passare a qualche cenno di bon ton e alle inevitabili domande su dress code, abbigliamento e comportamenti da “prima alla Scala”: argomento tutt’altro che secondario, perché anche la forma, ogni tanto, ha il suo peso.
A seguire, Camilla Sernagiotto, autrice di Cose molto italiane, ha presentato una mostra diffusa sul design italiano: nei negozi del centro di Voghera sarà possibile vedere pezzi storici del made in Italy accompagnati da schede esplicative, per raccontare come gli oggetti di uso quotidiano siano spesso piccoli frammenti di storia del nostro Paese. Cose molto italiane sarà fino al 10 gennaio nelle vetrine del centro e sotto i portici del Duomo di Voghera.
La parola è poi passata alle letture: Maria Cristina Montagna e l’attrice Giuditta Manganoni hanno introdotto l’opera Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich e delineato la figura della protagonista, Katerina L’vovna: una donna intrappolata in un ambiente opprimente, che trova nell’amante una via di fuga destinata però a trasformarsi in tragico abisso.
Cristina Montagna e Simona Panigazzi hanno anche ricordato una pagina di storia: dopo il trionfo iniziale, Lady Macbeth fu attaccata sulla Pravda con il famoso articolo “Caos al posto di musica” e scomparve dai teatri sovietici per decenni, per poi essere recuperata (in versione rimaneggiata e non) a partire dagli anni ’60. Oggi torna alla Scala proprio nel cinquantenario della morte di Shostakovich: un bel corto circuito fra storia, politica e teatro che rende questa “prima” particolarmente significativa.
Nella parte centrale – e più lunga – della serata ho provato a seguire il filo di Lady Macbeth attraverso tre sguardi diversi:
  • quello di Shakespeare, con il personaggio originario, consumato dal senso di colpa;
  • quello di Verdi, in cui la Lady diventa quasi un concentrato di ambizione e ferocia;
  • e infine quello di Shostakovich, che sposta tutto in una provincia russa di fine Ottocento e costruisce una protagonista diversa: meno “mostro morale”, più creatura schiacciata da un contesto disumano.
Mi sono soffermato in particolare sulle differenze tra la novella originale di Leskov e la versione operistica: ciò che sulla pagina viene raccontato con una certa secchezza narrativa, in musica diventa un gigantesco laboratorio teatrale, dove Shostakovich alterna momenti grotteschi, brutalmente rumorosi, a pagine sorprendentemente liriche.
È qui che l’etichetta “musica contemporanea”, usata spesso come spauracchio, mostra tutti i suoi limiti: quest’opera ha più di novant’anni, è coeva agli ultimi Puccini e alle grandi partiture degli anni ’30 del Novecento, e per molti aspetti dialoga più con quel mondo che non con gli sperimentalismi più estremi del secolo scorso. Quello che può sembrare “solo rumore” è spesso il frastuono morale e sociale che circonda Katerina: il coro, i comprimari, la folla, la polizia… tutti fanno rumore, mentre la protagonista canta linee spesso intime, sospese, quasi fuori posto rispetto al mondo che la schiaccia.
Quando entra in scena Sergej, l’amante, due fragilità si riconoscono e si incastrano: da questo incontro nasce una vera e propria folie à deux che li porta all’omicidio del suocero, poi del marito, e infine alla rovina. Nel finale, il viaggio verso la deportazione è meno una “morale della favola” e più un lento precipitare di due persone che non hanno più nessun punto d’appoggio.
A chiudere la serata, Cecilia Baggini della Profumeria Parisienne ha presentato alcune essenze pensate per le grandi occasioni: un modo curioso e molto concreto per ricordarci che il rito del teatro è fatto anche di sensi, di atmosfera, di piccoli dettagli che ci aiutano a “entrare” nella serata ancor prima che si alzi il sipario.
Per chi non conosce ancora Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, spero che questo incontro sia stato un buon assaggio. Per chi avrà la fortuna di andare alla Scala, sarà l’occasione di ascoltare dal vivo un’opera scomoda, potente e, a suo modo, molto più vicina a noi di quanto l’etichetta “Russia anni ’30” possa far pensare.
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Marco Simoncini
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