Ieri per la prima volta sono andata a Genk, una piccola città nella parte orientale del Belgio che si è sviluppata grazie alle miniere di carbone. È anche l’unica vera “colonia” italiana delle Fiandre, tanto che fino a qualche anno fa c’era pure un consolato.
Una delle prime volte che ho sentito parlare del Belgio era quando da piccola vedevo alla televisione un vecchio cantante (Rocco Granata) che concludeva sempre le sue performance con “Tanti saluti agli italiani del Belgio”. Più tardi ho scoperto che lui era effettivamente uno dei discendenti di quegli emigrati, è cresciuto a Genk e vive tuttora in Belgio, ad Anversa.
Questo viaggio per me era anche proprio per scoprire un po’ le tracce dell’Italia in quella città, che si possono vedere praticamente ovunque, - accanto a quelle turche!
Ho visitato un po’ il sito della miniera principale, che era abbastanza impressionante. L’hanno riconvertita in un centro per eventi, un business hub e un museo interattivo. Un’atmosfera completamente diversa rispetto a quella di un’altra miniera che ho visitato qualche mese fa, più piccola, più difficile da raggiungere e sicuramente più deprimente. Quest’ultima era anche stato il luogo di un incidente molto grave e il piano era di demolirla completamente. Il sito è diventato un memoriale solo grazie agli sforzi degli ex minatori.
Ho anche visitato un parco piuttosto peculiare, una via di mezzo tra un piccolo zoo e una mostra di arte contemporanea, un po’ strano, ma l’idea era interessante.
In realtà, il mio piano era di esplorare anche altre zone, ma ho perso un’ora a causa di ritardi con i treni all’andata (per arrivare da Bruxelles ci ho messo tre ore invece di due). Inoltre, Genk non è esattamente una città per pedoni, le distanze sono notevoli e ho finito per camminare 20 km senza riuscire a vedere tutto. Mentre tornavo verso la stazione, sono incappata in una bocciofila italiana! Faceva ridere vedere delle facce tipiche da “nonni italiani” che però ti parlavano in olandese da madrelingua. Ho anche scoperto che hanno un piccolo club di calcio per italiani, proprio accanto a quello turco.
Per pranzo, sono andata in un ristorante italiano (dato che è la… cucina tipica della zona), ed era - di nuovo - sempre strano vedere facce italiane che parlavano olandese. Allo stesso momento mio sono entrati anche due poliziotti, che erano evidentemente dei clienti fissi salutati con baci e abbracci dal proprietario e dai camerieri. All’altro capo della sala, invece, c’era una grande tavolata di famiglia, di italiani ovviamente. Una scena da film.
A fine pasto, parlando in italiano con la cameriera, ho ordinato un caffè. Lei mi ha chiesto se lo volevo piccolo o grande, ma io ho risposto “normale“. Grande errore: deve avermi preso per una belga, perché è tornata con la tipica tazza di “zuppa di caffè”, molto lunga e annacquata.